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La disumanizzazione tecnologica, di Mario Costa Stampa
Scritto da Vincenzo Cuomo   
22 Gen, 2008 at 10:31 AM

La disumanizzazione tecnologica. Il destino dell’arte nell’epoca delle nuove tecnologie (Costa & Nolan, 2007) è l’ultimo libro di Mario Costa, noto studioso di estetica e teorico del “sublime tecnologico”. La tesi portante del volume è che la sperimentazione artistica con le nuove tecnologie si è oramai completamente ibridata con la sperimentazione tecno-scientifica, imponendo all’estetica un deciso e decisivo cambiamento di rotta con l’adozione di nuove categorie interpretative. Al posto delle nozioni di “autore”, di “opera”, di “personalità artistica”, di “espressione artistica”, il libro di Costa mostra come, progressivamente ma inesorabilmente, nella storia novecentesca delle arti, si siano affermate altre categorie, come quelle di “ricercatore estetico”, di “sublime tecnologico”, di “flusso tecnologico”. Passando da Pevsner a Gabo a Moholy-Nagy, e arrivando fino alle sperimentazioni di artisti-scienziati come Shawn Brixey, Casey Reas, Maurizio Bolognini, all’artista subentra progressivamente il “ricercatore estetico” che mostra di possedere “un’attitudine oggettiva e identifica l’oggettività con la situazione tecnologica, con l’esistenza e lo stato delle materie e delle tecniche” (p. 74).
Con le sperimentazioni artistiche neo-tecnologiche, infatti, argomenta Costa, si ha la fine di ogni “estetica del soggetto” così come di ogni estetica dei linguaggi e le categorie della nuova estetica neo-tecnologica divengono l’esteriorità, il non-soggetto e la fisiologia della macchina, il flusso tecnologico. Nelle operazioni estetiche neo-tecnologiche, cioè, si riscontra un abbandono dell’intenzionalità simbolica a favore di un’intenzionalità teorico-conoscitiva molto vicina alle modalità operative degli scienziati. E, ovviamente, alla nozione di personalità artistica, tipica dell’epoca della tecnica “strumentale”, deve ora subentrare quella di ricercatore estetico-epistemologico. Secondo Costa, già nelle avanguardie storiche del Novecento troviamo una linea di ricerca estetica che – invece di proporre semplicemente innovazioni, più o meno radicali, nell’immagine pittorica tradizionale (espressionismo, futurismo, cubismo, surrealismo), oppure di tentare di rompere definitivamente con l’arte in quanto tale e i suoi prodotti (dadaismo, produttivismo) – si è posta “il problema di che cosa l’arte potesse e dovesse diventare nel mondo della tecnologia” (p. 64). E i riferimenti vanno, qui, ad artisti come Gabo, il quale “affronta questioni che sono a un tempo estetiche e tecnico-scientifiche” (p. 67), iniziando ad esempio a lavorare “sullo spazio e il tempo come materia d’arte” (ivi).
Con ricchezza di analisi e di esemplificazioni il volume di Costa sviluppa tali tesi sia con riferimento alla filosofia – vedasi il primo saggio che descrive il “tecnomondo” a partire da un’interessante interpretazione del principio vichiano del “verum factum” – che alle arti mediali novecentesche (fotografia, cinema, danza tecnologica, musica elettronica).
Le due proposte teoriche portanti del libro, tuttavia, sono senza dubbio quelle del “ricercatore estetico” e dell’estetica del “flusso tecnologico”. Della prima nozione abbiamo già detto. Ci resta ora da chiarire l’altra.
Casey Reas - Path 17
In effetti, le nozioni di “flusso tecnologico” e di “estetica del flusso” sono concetti che Costa ha avanzato da molto tempo, a partire dalla sua proposta di “estetica della comunicazione”, elaborata già negli anni Ottanta dello scorso secolo. Il “flusso tecnologico” già allora era definito come un flusso di energia indiscernibile “generata dalla imbricazione tra tempo dell’organismo e tempo della macchina comunicante e, grazie ad essa, tra tempo del soggetto e tempo della specie” (p. 122). In questo volume questa nozione si chiarisce meglio, poiché è messa in relazione con quella di “blocco comunicante”. Quest’ultima espressione è utilizzata da Costa per indicare “un complesso di tecnologie della comunicazione (hardware) che rimandano l’una all’altra, crescono e si riproducono, generando nuove specie e si chiudono su se stesse” (p. 99). Detto altrimenti, aggiunge l’autore, “il blocco comunicante è costituito da un sistema di strumenti che comunicano continuamente l’uno con l’altro e che per farlo hanno bisogno degli affanni degli uomini; il ruolo che attualmente ci è dato è quello di far funzionare tutto questo, mentre l’astuzia che essi manifestano consiste nel farci credere che essi rispondono ai nostri bisogni sociali di comunicazione” (ivi).
In che modo è possibile fronteggiare il blocco comunicante? Quali sono le strategie da mettere in campo per difenderci dai pericoli insiti nella “marginalizzazione” della nostra specie rispetto alle neo-tecnologie? La risposta di Costa è che gli artisti, trasformatisi in “ricercatori estetici”, non devono “utilizzare” le tecnologie per veicolare “messaggi” – secondo un’impostazione umanistica ancora purtroppo diffusa – ma devono diventare dei veri e propri “rilevatori” dei flussi tecnologici, delle loro “zone di perturbazione”, dei loro “campi di vibrazione” (p. 5). Insomma, devono “estetizzare” il flusso tecnologico senza imporre ad esso una intenzionalità comunicativa, ma semplicemente lasciandolo “lavorare a vuoto”, tentando così di mettere in evidenza la sua effettiva essenza di evento
antropologico inaggirabile.


Didascalia dell'immagine
Casey Reas, Computation Artwork, Path 17, immagine digitale

Scheda tecnica
Mario Costa, La disumanizzazione tecnologica. Il destino dell’arte nell’epoca delle nuove tecnologie, Costa e Nolan 2007, pp. 122, ISBN 978-88-7437-073-3




 

 

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