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Un lancio pubblicitario di notevoli dimensioni sta accompagnando la mostra di Sebastiano del Piombo a Roma, nei saloni del primo piano di Palazzo Venezia: grandi manifesti per le strade e sui mezzi pubblici, servizi televisivi, una cerimonia di inaugurazione alla presenza del Capo dello Stato, una capillare diffusione nell'ambito delle visite scolastiche. Sebastiano merita questi onori, anche per via di una certa dimenticanza nei suoi confronti da parte degli storici, e merita il bellissimo catalogo edito da FedericoMotta, impreziosito da un importante saggio di Mauro Lucco che ne rivaluta la figura; forse invece non merita l'attenzione improvvisa e ben poco informata di tanti che fino a ieri non se ne erano granché occupati.
Lo scrive bene, sempre nel catalogo, Bernd W. Lindemann, direttore della Pinacoteca dei Musei Statali di Berlino, dove la mostra si trasferirà l'estate prossima: “Sebastiano del Piombo non è al giorno d’oggi stella propriamente di primo piano, universalmente riconosciuta come tale dagli addetti ai lavori, quale, al solo echeggiare del nome, occorra automaticamente a chiunque di associare opere precise”. La fortuna critica del pittore veneziano, allievo di Giovanni Bellini e compagno di Giorgione, poi romano adottivo, si è sempre scontrata con dati di fatto tuttora validi, e cioè l'assenza nella sua produzione di capolavori epocali e la non precisa catalogazione del pittore, appunto, tra scuola veneta e scuola romana, come dire una certa assenza di carattere e di riconoscibilità, in passato definita eclettismo. Il tentativo ora sarebbe quindi di porre Sebastiano come cardine o elemento unificatore delle due scuole del nostro Rinascimento, ed è un tentativo ben condotto, anche se forse privo di solidi appoggi. Le uniche opere di Sebastiano universalmente note e presenti in molti manuali sono entrambe conservate a Viterbo ed entrambe esposte a Roma nella terza sala espositiva, “La Pietà” (1516) e “La Flagellazione” (1525), riconducibili a quei temi della Passione che Sebastiano Luciani, divenuto frate minore nel 1531, sentiva con particolare intensità. Non a caso furono gli spagnoli, come brevemente documentato nell'ultimo settore della mostra romana, ad apprezzare maggiormente la pittura emotiva del pittore veneziano e a catturarne le tematiche “controriformate”, scure e dolorose nel loro espressivo patetismo.
In mostra sono presenti tutte le opere maggiori di Sebastiano, con l'eccezione della "Resurrezione di Lazzaro" conservata a Londra e della "Morte di Adone", a Firenze, che si è preferito non spostare per le precarie condizioni in cui versano. Lo studioso e l'appassionato potrebbero poi recarsi a concludere il revival sebastianesco nella chiesa di San Pietro in Montorio, dove si trova un'altra “Flagellazione di Cristo”, e a Santa Maria del Popolo, per “La nascita della Vergine”. La distribuzione delle opere segue la biografia, ma l'allestimento della mostra è decisamente eccezionale e merita una nota a parte; se ne è occupato infatti Luca Ronconi con la preziosa collaborazione di Margherita Palli e, per le luci, di AJ Weissbard. Il risultato è memorabile, soprattutto se si sottolinea la difficoltà intrinseca di occupare i tre giganteschi saloni di Palazzo Venezia con opere di dimensioni più o meno normali. Ronconi ha scelto di abbassare i muri e stringere i pavimenti costruendo delle vere e proprie seconde pareti, nelle quali si aprono finestre in corrispondenza dei quadri, illuminati all'interno da sorgenti luminose non visibili e perfettamente calibrate. Le sale sono tenute in semioscurità e, nelle fasce alte rimaste libere, sono pervase da fasci luminosi colorati che accentuano il tono molto teatrale dell'insieme. Giorgio Vasari dedicò una della sue Vite a Sebastiano, detto Sebastiano Viniziano in quella sede, circa cinque pagine prive di entusiasmo, e introdusse il dubbio di una sua complicità con Michelangelo, che lo avrebbe usato, per infastidire il “nemico” Raffaello, aiutandolo nel disegno, presunto punto debole del veneziano. La fine poi dell'amicizia con Michelangelo coinciderebbe con la scelta dell'esecutore del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Inutile dire che questo genere di gossip potrebbe condirsi di ben altre ipotesi, ricordando da un lato l'omosessualità di Michelangelo e dall'altro il legame che invece ci fu tra Raffaello e Sebastiano durante gli affreschi commissionati da Agostino Chigi, protettore di Sebastiano, nella grande villa sul Tevere oggi detta la Farnesina. Quel che è certo, lasciando da parte pregiudizi e supposizioni, e guardando solo le immagini, è la straordinaria abilità di Sebastiano nel ritratto, di cui nella prima sezione sono esposti alcuni esempi impressionanti. Gli occhi dei personaggi ci osservano con vivezza, e in questi sguardi si avverte la concentrazione e lo studio del pittore; non a caso l'attribuzione fu incerta tra Sebastiano e Giorgione per il Ritratto dell'uomo in arme del 1512 (Fig. 1), e tra Sebastiano e Raffaello per il Ritratto di Anton Francesco degli Albizzi del 1525 (Fig. 2), due quadri di grande intensità. Altrove, la tecnica “scura” della scuola veneziana si coniuga con lampi di luce sullo sfondo, sempre solo da un lato, che esaltano vedute lontane, fatte di case, di archi, di natura, gravide di qualche significato nascosto e forse più vicine a Duerer che a Leonardo. E' il caso di alcuni ritratti femminili, come la “Dorotea” del 1513 (Fig. 3), preziosissima nel dettaglio delle vesti, della pelliccia, del canestro di frutta, che ha dietro di sé un crepuscolare paesaggio definito da una montagna e da alcune vaghe architetture immerse nella penombra.
Nella sala della Pietà (Fig. 4), che a questo punto appare decisamente sopravvalutata e che ha nell'icastico cadavere orizzontale di Cristo il momento culminante, avverso il patetismo di una Madonna non molto femminile, fa invece bella mostra la Flagellazione (Fig. 5), del 1525, che è sicuramente l'opera esposta di maggior effetto e di maggior ricchezza compositiva. La figura muscolosa di Cristo alla colonna è luminosa e dinamica, quasi un'anticipazione del Cristo giudice che Michelangelo dipingerà nella Sistina pochi anni dopo; di contro, i due aguzzini sprofondano nel buio, creando una struttura simmetrica suggestiva e potente. 

Le opere sono in tutto ottanta, tra quadri grandi e piccoli, ad olio o a matita, dipinti su lavagna (una specialità sebastianesca), e alcune opere di confronto (soprattutto spagnole, e due disegni di Michelangelo) nelle sale minori. La cura e l'organizzazione sono di Claudio Strinati, Soprintendente Speciale per il Polo Museale romano, che nel corso dell'inaugurazione ha segnalato come la mostra di Sebastiano sia da considerarsi la prima manifestazione concreta di un rinnovato interesse dell'ente per l'arte del Cinquecento. Didascalia delle immagini Fig. 1 Sebastiano del Piombo, Ritratto di uomo in arme, 1512, olio su tela, 87,5 x 67,3 cm., Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford (Connecticut, Usa) Fig. 2 Sebastiano del Piombo, Ritratto di Anton Francesco degli Albizzi, 1525, tavola trasferita su tela, 134,6 x 98,7 cm., Museum of Fine Arts di Houston (Texas, Usa) Fig. 3 Sebastiano del Piombo, Ritratto di donna (Dorotea), 1513, 76 x 60 cm., Pinacoteca dei Musei di Stato di Berlino Fig. 4 Sebastiano del Piombo, Pietà, 1516, olio su tavola, 244,5 x 186,5 cm., Museo Civico di Viterbo Fig. 5 Sebastiano del Piombo, Flagellazione, 1525, olio su tavola, 247,5 x 166 cm., Museo Civico di Viterbo
Scheda tecnica Sebastiano del Piombo 1485 – 1547, Roma, Palazzo Venezia, via del Plebiscito 118, dall'8 febbraio al 18 maggio 2008. Biglietto intero 10€ + 1€ diritti di prevendita, ridotto 8€ + 1€ diritti di prevendita, per le scuole 4€ + 15 € a gruppo. Aperta dalle 10.00 alle 20.00 dalla domenica al giovedì, dalle 10.00 alle 22.00 il venerdì e sabato. A Berlino, Kulturforum, Sonderausstellungshallen, dal 28 giugno al 28 settembre 2008 |