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I demoni di San Pietroburgo Stampa
Scritto da Claudio Lugi   
18 Apr, 2008 at 08:00 PM

Terroristi e cattivi maestri nella Russia del 1860


Il nichilista è un uomo che non si inchina ad alcuna autorità, che non accetta alcun principio sulla semplice fiducia, per quanto possa esser grande il rispetto da cui un principio è circondato”

Ivan Turgenev, Padri e figli


La morte dello zar Nicola I e la sconfitta della guerra di Crimea (1855) consegnarono ad Alessandro II un’impero russo debole ed arretrato dal punto di vista amministrativo, militare ed economico. Sebbene il nuovo sovrano intraprese una politica di rinnovamento che portò all’abolizione della servitù della gleba (1861), pochi o nessun vantaggio ebbero i quaranta milioni di contadini ancora sottoposti al “sistema del mir”, la comunità rurale proprietaria della terra e responsabile delle imposte collettive.

Malgrado le amnistie e le riforme dall’alto la Russia del 1860 rimaneva in una situazione di notevole agitazione; il paese era contraddistinto da una grande quantità di moti studenteschi, ma la violenza politica fu solo sporadica, e organizzata su scala ridotta. Ecco come ne I demoni Dostojevskij descrive il fermento intellettuale di quel decennio: “… discutevano la soppressione della censura, la sostituzione dell’alfabeto russo con quello latino, l’utilità di spezzettare la Russia secondo le nazionalità con un libero legame federativo, la soppressione dell’esercito e della flotta, la restaurazione della Polonia fino al Dnepr, la riforma contadina e i manifestini, la soppressione dell’eredità, della famiglia, dei bambini e dei preti, i diritti della donna…”

I demoni di San Pietroburgo, il nuovo attesissimo film di Giuliano Montaldo (Sacco e Vanzetti, L’Agnese va a morire, Marco Polo…), ci trasporta nella splendida città baltica in buona parte riprodotta a Torino, e in particolare tra le regge sabaude, dove si aggira uno dei più grandi romanzieri del XIX secolo: Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij. Il punto di vista dello scrittore, la sua biografia e la travagliata genesi del suo capolavoro, I demoni, unitamente alle vicende russe di un decennio, debitamente semplificate e concentrate per esigenze di fiction, costituiscono l’interessante miscela di un’opera che in forma di dramma storico offre molteplici spunti di carattere politico e stringente attualità.

Dopo un lungo periodo di sofferenFotogramma del filmze fisiche e morali Dostojevskij (Miki Manojlovic, l’interprete icona dei film di Paskaljevic e Kusturica, e recentemente di Irina Palm) fa ritorno nella capitale. Il penitenziario e la servitù militare in Siberia, il suo male terribile e angoscioso (l’epilessia), il vizio del gioco, lo spettro della miseria e l’assillo dei debiti non gli impediscono di impegnarsi nel giornalismo, nell’attività di revisione dei propri scritti e nella stesura di un nuovo volume. In seguito all’attentato che provoca la morte di un membro della famiglia imperiale, egli incontra casualmente uno degli attentatori, un tale Gusiev (Filippo Timi), paziente di un ospedale psichiatrico, il quale gli confessa di essere stato fortemente influenzato dai suoi libri e gli rivela l’esistenza di un gruppo terroristico determinato a eliminare un altro componente della corte zarista.

Anche l’ispettore Pavlovic (Roberto Herlitzka) gli comunicherà l’indubbia forza pedagogica e la tensione morale delle sue pagine: “I vostri romanzi sembrano scritti contro i rivoluzionari, ma in realtà sono più incendiari dei proclami terroristici”. Assalito dai dubbi e oberato dalle varie responsabilità che l’assillano, durante il giorno lo scrittore lavora alacremente ai suoi romanzi con la collaborazione della bella e giovane stenografa, Anna Grigorjevna (Carolina Crescentini), la donna che l’aiutò a pubblicare la novella Il giocatore e divenne la sua seconda moglie. Di notte, invece, si dedica all’affannosa ricerca dei terroristi, in particolare della donna che li guida, Aleksandra (Anita Caprioli) per cercare di placarne gli intenti omicidi…Fotogramma del film

Soggetto di Paolo Serbandini nato da un’idea di Andrej Konchalovskij e sceneggiato dallo stesso Serbandini con il contributo di Monica Zapelli e Giuliano Montaldo, I demoni di San Pietroburgo assume la connotazione di un giallo in costume, a causa del tormento interiore del protagonista e del tono inquisitorio dell’ispettore Pavlovic, e anche per le atmosfere cupe ben commentate dalle musiche originali del maestro Ennio Morricone. Tuttavia, il film del regista genovese urla la sua urgente contemporaneità, tirando in ballo, seppur indirettamente, la stagione tragica del terrorismo in Italia e le pesanti responsabilità politiche e morali a carico di docenti universitari, uomini politici, giornalisti e scrittori.

Ma non c’è intento polemico. Il distacco è voluto, cercato. La storia offre la distanza necessaria a trasferire nell’ambito individuale una condizione che riguarda un’intera generazione di intellettuali.

Dostojevskij è mostrato nel suo travaglio intimo, assalito dal dubbio feroce che la sua letteratura, così pregna di preoccupazioni etiche e religiose, possa aver aiutato a consolidarsi nei giovani il demone rivoluzionario già nutrito dal germe anarchico e nichilista. D’altro canto la sua storia d’amore con la giovane e timida Anna Grigorjevna procede parallelamente al climax della narrazione insinuandosi garbatamente negli spazi dedicati al sottotesto.

Merito di unFotogramma del filma direzione attenta che gestisce sapientemente i tempi, gli attori, scelti come un gruppo di ascendenza teatrale, e la messinscena, che per mezzo delle riprese delle dorate residenze torinesi conferisce un valore aggiunto a quest’ottima realizzazione cinematografica. Non a caso sono passati quasi vent’anni da Tempo di uccidere (1989), l’ultimo lungometraggio di Montaldo, dal momento che Le stagioni dell’aquila, del 1998, era una pellicola di montaggio di filmati storici dell’Istituto Luce. In questo lungo periodo l’autore, grande appassionato di musica lirica, si è dedicato alle regie d’opera, esperienza che si è rivelata molto utile in questa occasione. E non va altresì dimenticato che l’artista genovese esordì nel mondo del cinema come attore, ricoprendo un ruolo secondario proprio a Genova, sua città natale, nel film del 1951 di Carlo Lizzani, Achtung! Banditi!


Scheda tecnica
I demoni di San Pietroburgo, r
egia di Giuliano Montaldo. Con Miki Manojlovic, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Filippo Timi, Sandra Ceccarelli, Patrizia Sacchi, Pamela Villoresi, Giordano De Plano, Giovanni Martorana. Distribuzione: O1 distribution.
Sito ufficiale http://www.idemonidisanpietroburgo.it/



I demoni. Tra storia e letteratura

Dio salverà la Russia. La salvezza verrà dal popolo,
dalla sua fede e dalla sua umiltà”

Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij

A metà strada tra l’affresco storico e la biografia il film I demoni di San Pietroburgo trae lo spunto principale dal romanzo Besy (I demoni) uscito nel gennaio 1873 e stampato a cura dello stesso autore, il quale grazie alla moglie Anna, e alle vendite (3000 copie in un solo anno) potè saldare agevolmente tutti i debiti pregressi. I demoni erano la cronaca di un capoluogo di provincia, piena di avvenimenti inattesi e tragici, di una folla di personaggi di tutte le origini e di tutti i caratteri sotto i quali non era difficile individuare nomi conosciuti, di opinioni politiche e filosofiche che si prestavano alla discussione e potevano scandalizzare il gusto del tempo.

Era un grande romanzo dal tono farsesco, che non assomigliava a nessun altro, un pamphlet politico e antirivoluzionario che descriveva le piaghe della Grande Madre Russia. L’ispirazione giunse a Dostoevskij mentre si trovava a Dresda, nel gennaio del 1870, da un evento avvenuto a Mosca. Uno studente, tal Ivanov, membro di un circolo rivoluzionario, aveva modificato le proprie opinioni ed era stato assassinato in quanto accusato di tradimento da un certo Necaev, un discepolo di Bakunin arrivato dalla Svizzera. Dostoevskij fu molto impressionato da questo avvenimento che non poteva considerarsi un mero episodio di cronaca, ma indicativo del fatto che la lotta clandestina e il terrorismo in Russia, oltre alla dimostrazione d’inumana violenza, avevano operato un gran salto di qualità paventando una diffusione più ampia di quello che si potesse stimare.

Non va inoltre dimenticato che se è vero che ai danni dello zar Alessandro II furono organizzati diversi attentati, e che erano già state effettuate molte uccisioni di aristocratici, governatori e alti gradi militari, soprattutto dopo la metà degli anni Settanta, il regicidio avvenne soltanto nel 1881. Dunque, l’autore di Delitto e castigo si rifaceva solo parzialmente al periodo trascorso a San Pietroburgo nei primi anni Sessanta, manifestando nell’opera in esame sentimenti e ideologie trasformati dall’esperienza della reclusione.

Quando si accinse a scrivere I demoni, vicino ai cinquant’anni, le opinioni di Dostoevskij erano diventate prossime a quelle di un reazionario, ma il suo temperamento restava quello di un rivoluzionario. Egli si proclamava paladino dell’ordine costituito e poi dileggiava e riduceva in pezzi chiunque gli arrivasse a tiro: era in sostanza un sovversivo. È questo il senso della frase dell’ispettore Pavlovic prima riportata. Il suo libro, senza volerlo, trasuda un’irrimediabile sfiducia nei confronti della società, sia nell’ordine costituito che in quello clandestino che medita e opera per sostituirlo. In altri termini i rivoluzionari finivano forzatamente per aver le stesse tare della società che avrebbero voluto trasformare.

La politica. Le idee rivoluzionarie. Il delitto e il castigo. La redenzione. Il Bene e il Male. La difficoltà di distinguerli. Dio e la sua esistenza. La morte. Il suicidio. Sono solo alcuni dei temi che emergono in questo grande romanzo e che tracimano nella pellicola senza però condizionarla pesantemente perché l’elemento biografico e il contesto storico alleggeriscono la cupezza della parabola dello scrittore impregnata di irrimediabile pessimismo. L’evoluzione di un uomo condizionato dal proprio passato - un passato recisamente rifiutato, ma che si ripresenta inesorabile - porta lo spettatore a ripercorrere le passioni e le virtù, la malattia e i vizi di un artista eccezionale nello scavare l’animo umano: la sua stessa esistenza è il romanzo più avvincente che si possa leggere.

L’altro aspetto riguarda la società russa, cronicamente afflitta dalla mancanza di libertà. L’arrivo dello zar riformatore Alessandro II aveva acceso le speranze, una prima rivoluzione industriale era stata avviata, le campagne stavano subendo un’importante trasformazione, una generazione di rivoluzionari di professione si preparava a sfidare lo stato autocratico. Insomma, negli anni intorno al 1860 lo zar godeva dell’appoggio quasi unanime di tutte le classi sociali russe favorevolmente impressionate dalla costruzione dell’emancipazione servile.

È questo lo scenario storico su cui si innesta il film di Giuliano Montaldo, il quale propone un ulteriore chiave di lettura della sua opera I demoni di San Pietroburgo: riflessione attenta e denuncia del demone dell’intolleranza, altrimenti definita “un virus assai difficile da estirpare”. Si tratta di un tema particolarmente caro al regista che, non a caso, diresse film quali Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno e Gli occhiali d’oro.

Negli anni successivi a quelli descritti nel film la situazione economico-sociale stagnante, la frustrazione dell’attesa delle agognate libertà civili, e la comune sensazione d’impotenza, nutrirono l’ideologia della disperazione, e da essa la diffusione del terrorismo. Questi episodi della storia russa risvegliarono l’interesse di Dostoevskij all’epoca in cui scrisse I demoni, poiché secondo lui denunciavano quel fatale distacco dal popolo che spinse gli intellettuali verso l’errore del socialismo.

(Questo articolo è estratto da PRIMISSIMA SCUOLA anno 15 n. 2 aprile 2008)


 

 

 

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