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Un naso rosso nel ventre di Bucarest Stampa
Scritto da Claudio Lugi   
11 Ott, 2008 at 05:06 PM

 Maxima debetur puero reverentia” (Il bambino ha diritto a tutto il rispetto)
Giovenale, Satire XIV, 47

parada

 

Il circo ha dato i natali al cinema, lo ha cullato come un neonato aiutandolo nei primi movimenti, gli ha fornito le prime gag buffonesche e gli ha insegnato il colpo di scena. I clown furono gli attori delle prime pellicole; essi recitavano assai enfaticamente, gesticolando in maniera esagerata e praticando i cosiddetti “slapstick”, ossia quelle scenette di comicità grossolana e chiassosa, ma di sicura presa sul pubblico. Charlot rappresenta l’espressione più compiuta del clown cinematografico che nella sua evoluzione fonde le ascendenze circensi a quelle del “fool” scespiriano.

L’arte del clown, nei casi più felici, ha il dono di saper comunicare agli spettatori un messaggio di verità: è perciò un’arte difficile, che solo in pochi riescono praticare a livelli eccelsi. Uno di questi è Miloud Oukili (1972), algerino di padre e francese di madre, il quale, nel 1992 lascia Parigi e l’università alla volta della Romania, per rimanervi un mese; ma l’incontro con i ragazzi di strada di Bucarest lo convincerà a restare ben due anni. Parada, debutto alla regia nel lungometraggio di Marco Pontecorvo, è il racconto di quella straordinaria esperienza, la cronaca di un viaggio travagliato dai bassifondi alla libertà.

Miloud (Jalil Lespert) è giunto nella capitale armato di tante buone intenzioni. La dittatura è caduta da tre anni e i contatti con gli assistenti sociali, Livia (Evita Ciri, la figlia di Paola Pitagora) e Mihail (Gabriel Rauta), con il padre salesiano Don Guido (Daniele Formica) e con le fondazioni umanitarie presenti sul territorio gli consentono una buon tirocinio negli orfanotrofi e negli ospedali dove allevia le sofferenze di tanti piccoli degenti, un po’ come avveniva in Patch Adams, il film con Robin Williams. Ma non gli basta.

paradaAlla stazione è entrato in contatto con i cosiddetti “boskettari”, bande di minori che vivono di vari espedienti: prostituzione, accattonaggio, borseggi e piccoli furti. Sottoposti al racket, alle retate della polizia e alle angherie dei criminali, questi ragazzini fuggiti dagli orfanotrofi, da paesi della provincia più remota, e da situazioni familiari disperate, sono vittime di ogni sopraffazione e di ogni depravazione. Tributo versato da Ceausescu alla modernità, e al sogno di una “Grande Romania”, essi sono il risultato delle rigide leggi antiabortiste del regime e della stolida politica di incremento demografico che hanno prodotto decine di migliaia di orfani e di ragazze-madri, ma anche dello stato di anarchia e della troppo tollerata crescita mafiosa post dittatoriale.

Il giovane saltimbanco non resta insensibile di fronte a quella disperazione. Le note della sua fisarmonica, un naso rosso di plastica e una pallina da ping pong in bocca: la magia è apparecchiata. Miloud rimarrà a Bucarest folleggiando per la città vestito da clown, regalando risate e divertimento a quell’infanzia deprivata, e conquistando alfine quei ragazzini che vendono sesso a buon mercato e solo raramente si separano dalle loro bustarelle di nylon da cui sniffano i vapori di colla o vernice. Come cani randagi, attoniti e storditi.

Per aiutarli l’artista di strada è disposto a scendere all’inferno. Si accomodi pure, non è lontano. I cunicoli dormitorio nei pressi della stazione, i vagoni dismessi per rapidi incontri sessuali, le fogne e i canali di scolo sotterranei. Il ventre di Bucarest accoglie tanti piccoli disgraziati. Ognuno è una storia. Alina danza, Cristi la osserva da uno spioncino, Tea è incinta; e poi Vlad, Ilie, Helena, Alberto, Constantin, Sabrina, Natalia e tutti gli altri.

Aiutato da Livia della quale accetterà l’amore, Miloud è coinvolto nell’esistenza di questo gruppetto al quale insegnerà pazientemente a giocare, a ridere, a riappropriarsi del rispetto di sé e degli altri. Questa operazione diventerà il progetto Pa-ra-da, grazie al quale i ragazzi di strada impareranno l’arte circense. Ma non sarà facile. Tea partorisce un bimbo che sarà custodito dalle suore. Helena viene violentata dai poliziotti. Miloud è accusato di pedofilia, Alina seviziata e barbaramente uccisa. Sembra il baratro, invece è solo l’orrore quotidiano.

Non basteranno le intimidazioni della polizia e le minacce dei delinquenti a fermare il circo. Parada esiste davvero. È fatta di dieci, cento, mille artisti di strada: acrobati ed equilibristi, funamboli e giocolieri, trampolieri e saltimbanchi, illusionisti e giullari. Cristi ha trovato quel nome, l’ha disegnato, lo porta dentro come le danze della povera Alina. E dopo qualche mese sarà a Parigi per lo spettacolo di Parada; il palcoscenico è enorme: all’aperto, davanti a una grande nave spaziale (il centro Pompidou). Gli occhi colmi di gioia e stupore.parada

Quando lo schermo si oscura la commozione dilaga, prima delle luci. E gli applausi vengono liberati per quest’opera di forte impegno civile, di denuncia, una realizzazione autentica, magari fiabesca e didascalica, ma sincera. Per conto nostro merita la stima e la considerazione che convincerà i docenti a portare i propri allievi ad ammirare questo spettacolo di redenzione dalla strada allo studio e al lavoro. Il finale lieto non deve inficiare il valore di questo emozionante itinerario di verità. La Fondazione Parada dal 1996 ha salvato dal degrado migliaia di ragazzi, ovunque. Ma a Rio de Janeiro e Mumbay, Mosca e Lagos, come nella stessa capitale romena e in cento altre città del mondo la tragedia è in corso: c’è ancora tanto da fare.

La soluzione non è certo quella di prendere le impronte ai piccoli rom, sebbene questa aberrante proposta del Ministro dell’Interno del governo italiano - rientrata solo parzialmente - abbia fatto inorridire il mondo intero. Per fortuna la parte sana della nostra società è intervenuta a sfatare i fantasmi di un oscuro passato. Essi vanno respinti con forza, costi quel che costi, insegnando e imparando la difficile pratica dell’accettazione dell’altro, ed educando alla tolleranza in un mondo sempre più multietnico e multiculturale.


Scheda tecnica
Pa-ra-da, regia di Marco Pontecorvo. Con Jalil Lespert, Evita Ciri, Gabriel Rauta, Robert Valeanu, Cristina Nita, Florin Precup, Andreea Perminov, Iulian Bucur, Daniele Formica.




Con Parada per il riscatto dell’infanzia violata

La scuola incontra Marco Pontecorvo


L’incontro con il regista Marco Pontecorvo avvenuto al cinema Quattro Fontane di Roma il 21 settembre è dei più cordiali. La sala è gremita di docenti che si occupano delle attività culturali e della promozione del cinema nelle scuole. Presenta l’evento la chiar.ma prof. Carla Giro, curatrice della propaganda scolastica della pellicola per il “Circuito Cinema” di Roma. L’atmosfera è calda e rilassata: si sente nell’aria che il film piacerà. Pontecorvo è puntualissimo, esordisce ringraziando del benvenuto riservatogli e fornisce alcune informazioni utili prima della proiezione.

Ricorda che Parada è parlato in rumeno e francese (la copia presentata è doppiata) e che gli attori provengono dalla strada. L’idea del film nasce nel 2001 allorché trovò su un giornale le notizie riguardanti il clown franco-algerino Miloud Oukili, il quale, dal progetto iniziale di trattenersi un mese in Romania per una serie di spettacoli che mitigassero per un po’ la sofferenza dei bambini ospitati presso orfanotrofi e case di cura, vi rimase per ben due anni. E poi altri dieci.

Dopo i complimenti indirizzati al protagonista, il bravissimo attore algerino Jalil Lespert (visto in Risorse umane di Laurent Cantet e ne Le passeggiate al Campo di Marte di Robert Guédiguian), Pontecorvo rimanda l’appuntamento con gli insegnanti a dopo la visione. I 100 minuti del film scorrono rapidamente. Segno che il gradimento è pressoché unanime. I battimani sono sinceri come di rado accade. Qualcuno evidentemente gli ha già chiesto dei costi di produzione e della fortuna del film. Non l’abbiamo sentito. Anche il microfono adesso si è emozionato, funziona a sprazzi, poi più chiaro, in tempo utile per udire la risposta del regista romano.

Marco Pontecorvo: Parada è stato presentato al Festival di Toronto e a Venezia (sezione Orizzonti) come primo film italiano; prodotto da Rai Cinema e distribuito da O1 distribution in 53 copie non ha potuto permettersi una promozione pubblicitaria ai livelli di Hancock e dei Fratelli Coen (Burn after reading), pertanto ha bisogno del passaparola…

Appena il tempo per un lieve ammicco che ricorda implicitamente che si tratta di un’opera di grande interesse culturale, e precipuamente adatta al dialogo didattico ed educativo, che giunge la domanda forse più ricevuta ultimamente dal quarantaduenne direttore della fotografia de La tregua, Eros, Firewall, Perduto amor, L’ultima legione, la serie tv Roma

Quanto pesa l’eredità di suo padre, Gillo Pontecorvo? (L’autore de La battaglia di Algeri si è spento nel 2006 n.d.r.)

MP: Di certo quando ero giovane è stata pesante. Ma io ho scelto un’altra strada, quella della fotografia e oggi vivo questa opportunità come un grande vantaggio. Il film è dedicato a lui. Mi sarebbe piaciuto che oggi fosse qui…

Progetti per il futuro? Magari un nuovo film?

MP: Ripeto, il mio interesse primario è decisamente la fotografia, ma se dovessi trovare una storia di particolare fascino, magari una di quelle storie sociali che ti scaldano…

Dopo la didascalia finale che ricorda i successi della “Fondazione Parada”, ovvero le centinaia di ragazzini salvati dalle strade, sui titoli di coda appaiono delle istantanee in bianco e nero che ricordano il degrado di Bucarest, che i “boskettari” sono ancora lì, e che ancor oggi c’è molto da fare. Si tratta di immagini reali o fittizie?

MP: Decisamente vere purtroppo, a dimostrazione che il fenomeno della gioventù alla deriva non si è esaurito. Quelle riprese le ha effettuate in un solo giorno un operatore che abbiamo inviato appositamente a Bucarest.

La realizzazione di Parada, dato l’argomento, ha subito qualche forma di boicottaggio?

MP: Non posso parlare di un vero e proprio boicottaggio, anche se questa favola moderna è stata di complicata realizzazione. Gli ostacoli hanno riguardato un po’ tutto, dal parcheggio dei tir contenenti le attrezzature al gruppo elettrogeno non rifornito che ci ha impedito per molte ore l’illuminazione di una sequenza notturna, alla disponibilità limitata di alcuni interpreti presi dall’orfanotrofio e “prestati” per sole due ore al giorno, insomma un film difficile fin nell’organizzazione minima.

Sarà distribuito in Romania?

MP: Al momento non è dato sapere. In novembre abbiamo programmato una proiezione all’Università di Bucarest con gli studenti, le maestranze e le distribuzioni locali. Sarà anche un problema economico, penso.

E il casting?

MP: Abbiamo scelto negli orfanotrofi e nelle scuole di periferia, solo due o tre ragazzi provengono da Parada. Non è stato difficile così creare l’amalgama necessaria. I ragazzini sono straordinari, apprendono veramente in fretta. È però buffo come la ragazza che interpreta Tea l’ho scelta sebbene al provino avesse fatto pena. Ma ho pensato che avrebbe potuto dare tanto nel film, e così è stato.

Non crede che Parada possegga il grande dono di presentare un dramma in cui i giovani protagonisti riescano in qualche modo a “navigare nella disperazione” senza affondare?

MP: Sì, penso anch’io che nonostante la crudezza e il dolore delle vicende Parada sia un film antidepressivo solcato da un forte anelito di speranza. L’altro ieri sera, all’anteprima, ho portato con me i miei due figli: una bambina di 13 anni e un maschietto di 8. Confesso che ero un po’ preoccupato soprattutto per il piccolo, ma mi sbagliavo. Lui ha reagito piuttosto bene e forse non ha compreso la morbosità di certe scene, mentre la più grande è stata già in grado di coglierne tutti gli aspetti. Tornando alla speranza che emerge dalla storia, va detto che la maggior parte del merito va ascritto a Miloud, il quale è oltremodo straordinario a toccare le corde della sensibilità di quei ragazzi, altrimenti condannati a una grama esistenza, o peggio…

Che fine ha fatto Miloud? È ancora in Romania?

MP: Non è solo la Romania a dover fare i conti con la realtà descritta nel lungometraggio. In Africa, Asia e Sudamerica sono alquanto diffuse queste problematiche, così come tale degrado è purtroppo presente nelle periferie di diverse grandi città europee e degli Stati Uniti. Miloud oggi lavora nei campi rom e nella “banlieu” parigina.


(Estratto da Primissima Scuola n. 3 ottobre 2008)

 


 

 

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