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Impegno e ambiguita' nella scuola delle differenze Stampa
Scritto da Claudio Lugi   
27 Ott, 2008 at 05:09 PM

L’arte di insegnare consiste tutta e soltanto nell’arte di destare la naturale curiosità delle giovani menti, con l’intento di soddisfarle in seguito.
Anatole France, Il delitto di Sylvestre Bonnard


Un lavoro da “terroni” sfigati, quello dell’insegnante. Assenteisti e fannulloni, tristi e piagnoni, eccoli lì a lamentarsi in ogni occasione degli alunni maleducati e ignoranti, dei genitori distratti e compiacenti, del bullismo e del carovita, dello stipendio da fame o dello stress degli impegni di lavoro, dal momento che tre mesi di ferie, escluse Natale, Pasqua e Carnevale, per la settimana bianca di rito, non possono di certo bastare. Questo è più o meno quanto sostengono almeno quattro o cinque ministri della Repubblica, ben amplificati dai media sempre pronti a sciorinare statistiche e cifre sull’entità dei costi della scuola, dati confezionati ad arte per fornire i soliti alibi, e per depauperare ancor più l’istruzione pubblica.

la classe
Ma è già da qualche tempo che a queste panzane non crede più nessuno. Schiacciati dalla crescita incontrollabile dei prezzi e dall’impotenza politica di imporre un qualsiasi calmiere la gente comune e lo stesso ceto medio impoverito dalla conversione all’euro, dall’inflazione e dalla stagnazione salariale ha compreso che ben altra è la situazione che vivono quotidianamente le scuole dei propri figli, le nostre scuole. E giunge proprio a proposito nelle sale italiane (uscita 10 ottobre) La classe, un film sincero e prezioso sul ruolo dell’insegnamento nella società attuale, un’opera che non potrà che stimolare la discussione dentro e fuori il pianeta scolastico, in questo autunno che si preannuncia decisamente “caldo” per i noti provvedimenti apparecchiati per il comparto.

Presentata in extremis all’ultimo Festival di Cannes, la pellicola di Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno, Verso il sud), ha superato in dirittura d’arrivo i nostri Gomorra e Il divo, entrambi in lizza per il massimo riconoscimento, aggiudicandosi la Palma d’Oro e affermandosi unanimemente come una realizzazione esemplare di cinema-inchiesta che dice di più e meglio delle periferie francesi - e nostre - di quanto non facciano tanti reportage e dossier televisivi.

la classeLa classe è la trasposizione in immagini del best seller di François Bégaudeau Entre les murs uscito in Francia nel 2006 e ristampato in Italia presso Einaudi nella collana Stile Libero. Come una sorta di diario che si dipana lungo l’arco di un anno scolastico, il film, che annovera come protagonista principale lo stesso insegnante autore del libro, e come scolari degli interpreti non professionisti trovati tra i banchi, descrive una difficile esperienza didattica, avara di soddisfazioni quanto ricca di frustrazioni, in una scuola di frontiera, un istituto medio superiore del 20? arrondissement parigino tra ragazzi di 14, 15, e 16 anni.

Soggetto del film è il quotidiano trascorrere del tempo di un gruppo di alunni eterogeneo e problematico durante le lezioni del giovane professore François Marin, docente di lingua e letteratura francese, nonché tutor (coordinatore) della classe. Il racconto ha inizio con la presentazione degli insegnanti (vecchi e nuovi) al Collegio dei docenti, e con lo scambio di informazioni e pareri tra gli stessi sulle classi e sugli elementi che le compongono. Poi il lavoro sul campo, il confronto in aula, l’indolenza dei primi giorni, il rinforzo lessicale, le immancabili divertenti castronerie: “L’argenterie? Gli abitanti dell’Argentina, no prof ?”.

La fatica dell’insegnante in una scolaresca multietnica in cui il risentimento razziale e classista, le polemiche sull’identità nazionale, le difficoltà espressive dovute alla lingua e l’integrazione degli alunni più isolati sopravanzano le urgenze didattiche e culturali, non gli impediscono di coinvolgere, seppur molto lentamente, la maggior parte degli allievi sui registri linguistici e sul tradizionale spauracchio del congiuntivo, sulla lettura de Il diario di Anna Frank, con conseguente stimolante dibattito, e sulla composizione scritta del proprio autoritratto.

Esmeralda e Rabah, Boubacar e Justine, Nassim e Khoumba, Cherif e Wey, insieme a tutti gli altri compagni - disillusi delle “banlieu”-, oltre alla propria consapevolezza e al precoce atteggiamento nichilista, possiedono pochi punti di riferimento: il cellulare e l’hip hop, i videogame e il culto per i tanti figli d’Africa eroi del calcio (Zidane ed Henry, Drogba e Diarra…) che hanno giocato o militano tuttora nelle squadre più forti d’Europa. I ragazzi non perdono occasione per beccarsi tra loro e provocare il professore con sfibranti duelli verbali, con l’inosservanza e la sistematica trasgressione alle regole, con un “look” spavaldamente esibito, con i continui riferimenti alla sfera sessuale e con la messa in discussione del metodo didattico.

Souleymane, i versetti del Corano tatuati sul braccio, arriva a irretirlo additandolo come omosessuale. Carl compone un autoritratto che suona come un rap delle periferie. Ma la scuola “resiste”. Deve. Il consiglio di classe oscilla tra l’irrigidimento delle regole e la tolleranza. Qualcuno propone la patente a punti per il comportamento, com’è oggi quella di guida. Altri la sostituzione della macchinetta del caffè. François Marin si impegna allo stremo per accrescere l’autostima nei propri allievi. Sa che quella è la via giusta. Si accora nei colloqui periodici coi genitori, coinvolge i ragazzi con lo studio al pc, svolge puntualmente le scadenze periodiche. E l’interesse dei discenti sembra crescere…

la classe

 

Ma è un illusione che dura poco. Sebbene alieno alle minacce e alle punizioni Marin a fine anno è sotto pressione a causa dello stress accumulato nei mesi e per via dei continui attriti con gli elementi più turbolenti della classe. Finisce così per commettere un errore. Un suo pesante apprezzamento nei confronti di due alunne provoca la reazione sconnessa di Souleymane, il quale si fa sospendere, e addirittura espellere dall’istituto. Infine viene il tempo dei bilanci: i ragazzi scoprono, quasi tutti, di aver imparato qualcosa. Servirà mai? La sensazione del fallimento è sempre latente.

Tuttavia, la vena ironica si mostra viva in ogni occasione, nel colorito frasario degli studenti quanto nelle risposte dell’insegnante, nei dialoghi giocati sul filo dell’allusione e del gioco surreale, in una sorta di schermaglia teatrale, dramma finale incluso, in cui ognuno si ritaglia il suo carattere. Il docente tenta di governare tanta energia, di istruire, di mettersi in gioco in prima persona denudandosi dell’ipocrisia, cercando di interrogarsi sugli errori commessi, ma tali sforzi non produrranno gli effetti programmati, o quantomeno sperati.

La telecamera di Cantet - da molti definito “il Ken Loach francese”- possiede la leggerezza di una farfalla: si muove invisibile e garbata tra le inquadrature dell’insegnante e quelle degli allievi, cogliendone le espressioni più vere. Il risultato ottenuto è straordinario, e non solo mette in risalto la distanza fra le generazioni, ma fornisce uno spaccato sociale ed economico dell’universo studentesco delle periferie, mostra il disagio di chi vive ai margini di un benessere avvertito e sfiorato, ma ancora decisamente distante.

E più ancora ritrae la solitudine del docente del terzo millennio, disarmato di fronte alla rapidità delle mutazioni, impegnato eroicamente nella difesa dei valori tradizionali e al tempo stesso proiettato alla ricerca di nuove e attraenti soluzioni educative per la rifondazione di una professione che appare talvolta ambiguamente inadeguata a fornire risposte ai bisogni manifestati dai giovani. La classe - Entre les murs paventa, insomma, la scarsa fattibilità dell’armonia e dell’aggregazione nella scuola delle differenze, dell’eterogeneità, della multirazzialità e della multiculturalità. Ciononostante non bisogna abbandonarsi al pessimismo. Il laboratorio pedagogico scolastico ha ancora tante altre strade da percorrere…


Scheda tecnica
La classe - Entre les murs
Regia: Laurent Cantet. Con: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré
Distribuzione: Mikado

 

 

Un film per imparare a insegnare

Ogni problema pedagogico è d’amore
Gianfranco Contini, Un anno di letteratura


La visione di Entre les murs da parte di un insegnante induce a compiere una prima riflessione che riguarda l’identificazione con il protagonista. L’impressione che si può ricavare concerne il sostanziale fallimento di un sofferto percorso didattico ed educativo in un contesto di difficoltà che potremmo definire “media”, in quanto non è così frequente che ci si possa ritrovare una classe del biennio superiore con caratteristiche di tale spiccata eterogeneità. François Marin è troppo distante dalla figura ideale del docente deamicisiano che per molti versi ancora ricorre nel nostro immaginario, e il grave errore d’ira - comprensibile, per carità! - che commette insultando le due rappresentanti di classe, ne compromette definitivamente l’immagine di “eroe irriducibile”.

Qualche altra notazione potrà riguardare il metodo educativo di Marin impostato sulla sincerità e sul rispetto assoluto delle regole, ma questo trasporta il discorso sul paragone tra il sistema scolastico francese e quello italiano. Dalle immagini si evince che il primo è basato su un certo autoritarismo e sull’assoluta osservanza delle norme, ma anche su una rigida selezione meritocratica, tutti elementi che seppur attuali nell’eterno dibattito sulla riforma dell’insegnamento, da noi danno sempre la sensazione di qualcosa di marcatamente reazionario.

Non è nostra intenzione in questa sede di rimarcare l’inadeguatezza delle retribuzioni stipendiali della categoria dei docenti in Italia, ma è bene sapere che lo stesso lavoro in Francia è pagato più o meno il doppio. Dunque, a parità di problematiche in ordine al rapporto con l’universo studentesco le frustrazioni nel nostro paese raddoppiano. E non si tratta solo di un’ironica proporzione matematica se è vero quanto afferma Piero Citati che “gli insegnanti sono diventati una sotto-classe, una specie di sottoproletariato, che possiede a malapena il danaro per vestirsi e nutrirsi, ma non per comprare un libro, sia pure in edicola.”

Tuttavia, se l’analisi si sposta sul piano didattico ed educativo le distanze tra Francia e Italia risultano ancor più evidenti. La messinscena di Laurent Cantet ci mostra i problemi di un professore alle prese con le difficoltà di vivere la contemporaneità, con le contraddizioni insite nell’istituzione e con i propri limiti personali, ma in un contesto di scuola efficiente e consapevole, che non svende il proprio ruolo e le proprie regole in nome di un aziendalismo assolutamente insensato se non addirittura ridicolo.

“Autonomia” l’hanno chiamata, ossia la possibilità di distruggere in piena libertà quel patrimonio comune di lingua e valori, storia e cultura che si stava realizzando a fatica in Italia da circa un secolo e mezzo. Eppure, l’abbandono della formazione dell’individuo come uomo e cittadino in nome dell’omogeneizzazione funzionale al mercato, e l’eccessiva burocratizzazione della professione hanno indebolito l’insegnamento, rendendo obsoleti i docenti, ridotti ormai al rango di procacciatori di alunni e intrattenitori, privi di qualsiasi autorità e costretti dai dirigenti scolastici a promuovere tutti.

Parallelamente, la funzione docente implode su stessa anche per evidenti demeriti metodologici e deontologici. Sui primi le responsabilità vanno condivise coi pedagoghi e i formatori che di fatto hanno sancito il predominio della didattica sulla conoscenza. Appare assurdo, difatti, richiedere agli studenti eccessive cognizioni di analisi strutturale di un testo pretendendo che si appassionino così alla lettura. Bisognerebbe piuttosto dimostrare che la letteratura è viva perché tratta di individui reali, di storie accadute o verosimili, e che i classici sono così detti perché continuano a parlare degli uomini d’oggi nonostante il tempo trascorso.

La seconda è una questione prettamente morale e attiene alla convinzione con cui si svolge il proprio incarico - appagante o meno -, alla coerenza con la quale si esprimono idee e concetti confermati dall’esempio, alla volontà di migliorarsi e di aggiornarsi, alla capacità di far coincidere il piacere dello studio a quello dell’insegnamento, alla necessità di recuperare fiducia e autorevolezza, e last but not least, alla disponibilità a farsi coinvolgere realmente nel rapporto con i discenti. Tutto questo rimettendo in discussione le basi e i fini dell’insegnamento in rapporto ai mutamenti psicologici e sociali delle nuove generazioni, ma nel contempo ristabilendo l’esatta definizione dei ruoli, dei comportamenti e delle regole scolastiche; e infine ribadendo che l’apprendimento si ottiene solo con l’applicazione, il lavoro, l’onestà e prefiggendosi degli obiettivi elevati.

(Estratto da Primissima Scuola n. 3 ottobre 2008)

 

 

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