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La redenzione di un vecchio eroe solitario Stampa
Scritto da Claudio Lugi   
13 Mar, 2009 at 09:30 PM

“… quando mi è arrivata la sceneggiatura ci ho visto quello che desidero, cioè un personaggio che va da qualche parte, che parte da un posto e arriva in un altro. Walt è un uomo fuori dal tempo, chiuso per chi è diverso da lui, incapace di avere un minimo di calore perfino con i suoi figli”.

Clint Eastwood


Una coupé sportivissima fabbricata dalla Ford, e dedicata alla capitale italiana dell’automobile, dà il titolo all’ultima fatica cinematografica di Clint Eastwood, Gran Torino. La grintosa versione GT del 1975, rossa fiammante, e con una larga striscia bianca lungo la fiancata, veniva impiegata dai due simpatici detective protagonisti della serie televisiva più avvincente della fine degli anni Settanta, Starsky e Hutch. Ritroviamo, invece, la Gran Torino Sport, un modello classico del 1972, in un garage di Detroit, gelosamente curata e vezzeggiata come una preziosa cavalla da corsa.

Walt Kowalski (Clint Eastwood), di origini polacche, è un anziano meccanico in pensione che ha conosciuto la catena di montaggio della Ford e la crisi dell’auto. Oltre a quella accennata, non possiede altre passioni. Reduce della Guerra in Corea, ha conservato dell’Asia una medaglia al valore e il fucile M-1, il ricordo dei compagni morti e la forte avversione per i “musi gialli”. Che negli ultimi anni, insieme ai neri e ai latino-americani, hanno invaso la zona. Insomma, Highland Park non è più, come una volta, il quartiere più lindo e ordinato di “Motor City” (così era detta Detroit), ma per fortuna continuano a viverci ancora i suoi unici amici: Martin (John Carroll Lynch), il barbiere, e Daisy, il suo cane bianco.

Dopo la morte della moglie Dorothy, Kowalski pare aver accentuato la sua indole burbera e solitaria. Padre Janovich (Christopher Carley) lo invita alla confessione perché è stato questo l’ultimo desiderio della donna, ma Walt lo evita bruscamente. I figli e i nipoti, fatui e superficiali, lo innervosiscono, e gli paiono sempre più estranei. I vicini di casa Hmong, un’etnia sconosciuta dell’Estremo Oriente, lo infastidiscono, e lui non risparmia loro improperi, grugniti e sputi di disprezzo. Intorno a sé null’altro che promiscuità e sciatteria, indifferenza e disordine. Kowalski rifiuta di adattarsi a “sopravvivere” nei pochi anni che gli rimangono. La manutenzione della propria abitazione, i piccoli lavori di riparazione c he effettua qua e là, la lucidatura della sua Gran Torino, e la compagnia di una birra bastano, tuttavia, a riempirgli la vita.

Ma una notte, dei rumori provenienti dalla rimessa lo destano: un giovane sta cercando di rubargli l’amata Ford. Kowalski interviene prontamente, mettendo in fuga nell’oscurità il goffo e spaventatissimo ladro. Questi è Thao (Bee Vang), il vicino di sedici anni, che è stato costretto dalla gang di teppisti di cui intende far parte, a eseguire il furto. Qualche tempo dopo, la banda ritorna dal ragazzo e provoca una rissa durante la quale i giovani finiscono sul prato rasato nella proprietà di Kowalski. Imbracciato il fedele fucile M-1, Walt scaccia minacciosamente tutto il gruppo.

La dimostrazione di coraggio di Walt ne diffonde la popolarità in tutto il quartiere, e i suoi vicini Hmong in breve tempo iniziano a inondarlo di regali (alimenti, fiori e piante) non proprio graditi dallo scorbutico pensionato. Inizialmente, egli rifiuta i contatti con gli asiatici, ma la vivacità e la schiettezza di Sue (Ahney Her), sorella maggiore di Thao, lo inducono a mutare atteggiamento, e pensiero, riguardo a quella famiglia unita e rumorosa, quanto intelligente e rispettosa. Con il tempo Walt accetta anche l’invito a una festa degli Hmong (con tanto di sciamano), frequenta divertito Sue, e finalmente, accetta la compagnia di Thao, il quale, grazie all’anziano vicino di casa, ha iniziato ad appassionarsi al lavoro manuale.

Parallelamente alla sensibile maturazione del ragazzo, anche la considerazione del “vecchio lupo solitario” va modificandosi: ora il suo rapporto con il giovane somiglia sempre più a un legame affettivo. “Ho molte più cose in comune con questa gente di quante ne abbia con i miei figli viziati e fannulloni”, arriva a dichiarare, mesto, il protagonista. Così, allorché i delinquenti torneranno a infastidire e minacciare Thao e la sua famiglia, il cocciuto veterano vestirà per l’ultima volta i panni del difensore, preparando gli spettatori a un epilogo sorprendente, che naturalmente evitiamo di svelare…

Però, possiamo anticipare che la miglior canzone di Gran Torino, che porta ugual titolo, è stata scritta dallo stesso Clint assieme al figlio Kyle, Michael Stevens e Jamie Cullum. Inoltre, il film contiene diversi spunti ironici e divertenti che alleggeriscono piacevolmente la narrazione; specialmente la sequenza in cui Walt Kowalski riceve dal figlio Mitch (Brian Haley) i regali di compleanno, oppure le buffe scenette familiari dei vicini Hmong, che scopriamo essere una popolazione asiatica che vive nell’area montuosa compresa tra Cina, Laos, Vietnam e Thailandia, e che partecipò alla Guerra del Vietnam a fianco degli Americani: per questo i profughi di tale etnia poterono rifugiarsi negli USA all’indomani della sconfitta.

Diretto e interpretato da Clint Eastwood, in uno stato di grazia che negli ultimi anni gli ha consentito di realizzare un numero incredibile di tocca nti capolavori, di ritratti unici di un’America dolente e sconsolata, tenacemente aggrappata alla bandiera e alla proprietà, Gran Torino è un’opera malinconica e sincera, tutt’altro che retorica. Che non va letta solamente come una sorta di western crepuscolare, né come la vicenda personale di un uomo solitario e razzista, e neppure come il lento percorso interiore di un individuo fino alla propria riabilitazione.

Il sottotesto ci propone, infatti, un’acuta riflessione su una vasta gamma di tematiche che riguardano il mondo contemporaneo: dal rispetto delle minoranze alla tolleranza delle diversità, dall’urgenza dell’integrazione all’elaborazione di un ventaglio di valori condivisi. Nel lavoro del regista di Million dollar baby racconto e allegoria si identificano, e le scene di violenza, o le sequenze che evidenziano l’attuale crisi dei costumi, non hanno il tempo di trasformarsi in metafore, sono già testimonianze di vita vissuta.

Il protagonista richiama gli spettatori a una riflessione sulla violenza delle periferie e sulla difficoltà di intercettare le reazioni a catena che essa innesca, sulla religione, e sulla sua incapacità a trovare risposte valide alle pressanti istanze del nostro tempo. Egli è una persona che odia l’ipocrisia e che non è riuscita ad accettare completamente il presente, allontanandosi poco a poco dai propri familiari, e approfondendo, così, il solco generazionale, visto che si è dimostrato impreparato ad accogliere l’etica del mondo che si modifica. Il suo attaccamento al passato, alle abitudini consolidate, e il tormento interiore costituito dalla guerra, tuttavia, non gli impediranno di crescere e di apprendere dagli altri, dai più deboli, che è ancora in tempo per liberarsi dai pregiudizi che lo incatenano…

Scheda tecnica
Gran Torino,
regia di Clint Eastwood.
Con: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, John Carroll Lynch, Brian Haley, Geraldine Hughes, Brian Howe, William Hill.
Distribuzione: Warner Bros


 

E gli Italiani: solo brava gente?

 

“I terroni non so, ma noi italiani non siamo razzisti.”
Ellekappa

Alcuni critici americani hanno parlato di Gran Torino come una sorta di “film testamento”, in quanto ritengono che la parabola di Walt Kowalski sia parallela a quella di Eastwood, uomo e cineasta. Sebbene comprendiamo che sia difficile trovare storie così intense da affidare a un 78enne, non ci piace pensare che questo film rappresenti “il canto del cigno” di “Dirty Harry”. Speriamo, piuttosto, che ciò non sia, e che quella maschera impassibile solcata da rughe profonde possa continuare a regalarci ancora tante emozioni.

Se così non fosse avremmo, invece, altri motivi in più per apprezzare una pellicola che riteniamo, per ragioni contingenti, adatta al pubblico italiano, e particolarmente, al dialogo educativo e scolastico. La ricchezza tematica del film, come si accennava nell’articolo precedente, offre svariati spunti di discussione, tuttavia, riteniamo che il problema dell’integrazione degli immigrati nella società contemporanea e la lotta al razzismo e all’intolleranza siano le questioni decisamente più urgenti oggi nella penisola.

Abbiamo a lungo creduto, infatti, che l’Italia fosse, per certi versi, immune dagli orribili episodi di xenofobia verificatisi in Europa negli anni passati, come il rogo, in Germania, dell’ostello dei lavoratori turchi (5 vittime innocenti) da parte dei neonazisti, oppure i 60.000 episodi di razzismo registrati in Gran Bretagna tra l’aprile 2004 e il marzo 2005, per non parlare del genocidio di Srebrenica, nella ex-Jugoslavia.

Nel corso degli anni l’aumento della presenza di stranieri, extracomunitari e non, regolari e clandestini (5-6 % della popolazione, ovvero circa 3 milioni di persone) ha proceduto di pari passo con l’aumento del razzismo e della xenofobia, dell’intolleranza e dell’omofobia nel nostro paese. Ancor più in questi ultimi mesi in cui gli episodi di violenza e disprezzo nei confronti della diversità non si contano, e accadono con inquietante regolarità in ogni angolo d’Italia, sia nelle aree metropolitane, dove abbondano le situazioni di confronto e di omologazione, che nella provincia, dove più marcati sono i contrasti e le differenze.

La strage camorristica di Castelvolturno con sei africani trucidati; i “pogrom” di Napoli contro la comunità Rom; i raid squadristici ai danni dei rumeni e degli albanesi nella capitale; l’insofferenza anticinese e l’omicidio di Abdul, italiano del Burkina Faso, a Milano, da parte di due commercianti; il pestaggio di un cittadino italiano di origine ghanese a Parma, ad opera, addirittura, della Polizia Municipale… È una lista destinata ad allungarsi se non si recupera al più presto un clima di tranquillità, di solidarietà, di senso civile condiviso.

Bisogna anzitutto prendere atto che ci attende un futuro sempre più multietnico, multirazziale e multiculturale, perché la pressione demografica mondiale pare inarrestabile. Tale problematica va intesa come un’opportunità decisiva per lo sviluppo della nostra economia, vista la carenza nel nostro Paese, di manodopera a basso costo in agricoltura e pastorizia, industria e artigianato, edilizia e igiene, assistenza sanitaria e cura della persona.

Un’altra annosa questione riguarda il recupero della nostra memoria, magari riprendendo nelle sedi scolastiche lo studio delle discipline storiche. Noi italiani, siamo - tradizionalmente - una popolazione di “meticci”, dal momento che abbiamo conosciuto innumerevoli invasioni (diremmo per fortuna) e il proficuo contatto con i popoli più svariati, fattori questi di “arricchimento” genetico e culturale. Inoltre, abbiamo dimenticato troppo rapidamente i milioni di connazionali, che tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, hanno attraversato l’Oceano Atlantico, sopportando la “quarantena” a Ellis Island, porta d’America, come ha splendidamente narrato Emanuele Crialese in Nuovomondo. Anche Albert Einstein dovette eseguire quell’umiliante trafila, compilando il modulo d’immigrazione. Alla voce “razza” scrisse quella che viene ricordata come una delle sue massime più significative: “L’unica razza che conosco è quella umana”.

In quel periodo l’afflusso dalla penisola fu talmente massiccio che i soggettisti di Hollywood, nell’epoca del cinema muto, impiegarono proprio gli italiani come lo stereotipo dell’immigrato europeo. I nostri connazionali vennero ritratti come vittime d’infelici condizioni economiche, e solo talvolta lieti di aver raggiunto la totale americanizzazione, e una piccola porzione dell’american dream. Di lì a poco agli italiani furono anche affibbiati i ruoli di malavitosi, gangster, che dovevano rappresentare il fallimento sociale e le anomalie del sistema americano.

Boss mafiosi e pugili, raffinati latin lover e cantanti d’opera, guitti e miseri lavoratori: questi i soggetti incarnati più volte dalla cinematografia fino agli anni Cinquanta. Ma lontano da Hollywood anche i nostri connazionali dovettero subire sgradevoli discriminazioni razziste che sfociarono, specie negli stati del Sud, in violenze irrefrenabili rimaste perlopiù impunite. Il caso emblematico di “razzismo di stato” è rappresentato dalla ignobile vicenda di Sacco e Vanzetti, condannati alla sedia elettrica nonostante la loro palese innocenza, e ricordati da una struggente pellicola di Giuliano Montaldo del 1971.

Ma a partire dagli anni Settanta, attori e registi di origine italiana hanno invaso il mondo del cinema americano analizzando sotto una diversa luce gli stereotipi del passato, e contribuendo, così, in maniera decisiva, al rinnovamento dell’immagine degli italoamericani. Un’esperienza decisiva quella della nostra comunità negli USA, perché questo grande Paese costituisce tuttora il laboratorio mondiale del melting pot, da cui dovremo trarre una lezione esemplare, cercando di evitare di ripetere gli errori ivi commessi per realizzare un’integrazione il più possibile rispettosa dei diritti umani e delle diversità etniche, religiose e culturali.


Estratto da PRIMISSIMA SCUOLA n. 1 febbraio 2009

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