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La Prima Linea Regia: Renato De Maria Cast: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione Distribuzione: Lucky Red La domanda che sorge spontanea è la seguente: “Possono due volti così noti, due icone del nostro tempo come Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, interpretare i terroristi Sergio Segio e Susanna Ronconi senza rischiare che il messaggio del film giunga agli studenti delle scuole superiori - cui riteniamo vada indirizzato, previa adeguata preparazione da parte dei docenti - in qualche misura condizionato, addolcito?”
La risposta è sì. La Prima Linea, liberamente ispirato al “memoriale” Miccia Corta di Sergio Segio, diretto da Renato De Maria (Paz, Amatemi…) si propone, anzi, come il punto di partenza di una cinematografia che finalmente può tornare a interrogarsi sugli “anni di piombo” liberandosi delle polemiche sull’opportunità di presentare al pubblico giovanile il volto violento di una limitata parte politica, “fuorviata” da una sorta di delirio di onnipotenza, autoinvestitasi avanguardia di un proletariato tutt’altro che intenzionato alla logica dello scontro armato, e che iniziava proprio alla fine degli anni Settanta ad abbandonare le sirene dell’ideologia rivoluzionaria per aderire alla normalità del benessere a portata di mano. L’ordito principale, intercalato da svariati flashback, che hanno il compito di illustrare la biografia del protagonista nelle sue tappe salienti, descrive la lunga preparazione dell’assalto al carcere di Rovigo avvenuto il 3 gennaio 1982 per favorire l’evasione della Ronconi, e che provocò la morte di un pensionato, “colpevole” di transitare nei paraggi con il proprio cane nell’istante sbagliato. La messinscena, caratterizzata da una recitazione tutto sommato sobria, a parte “lo schieramento da battaglia” di certe inquadrature, che ricorda un po’ Quarto Stato di Pelizza da Volpedo e un po’ I magnifici sette, genera la giusta tensione per un film che non pretende di praticare troppo a lungo le strade del thriller. La Prima Linea analizza, senza alcuna giustificazione, l’humus in cui il movimento antagonista si è nutrito, trasformandosi in un gruppo di fuoco che ha lasciato sull’asfalto delle strade e il cemento dei marciapiedi una lunga scia di sangue: dall’agente di custodia Giuseppe Lo Russo all’ingegner Paolo Paletti, considerato tra i responsabili del disastro ambientale di Seveso del 10 luglio 1976, da Emilio Alessandrini, sostituto procuratore della Repubblica ad Alfredo Paolella, consulente del ministero di Grazia e Giustizia… I ragazzi pretenderanno molte più risposte di quelle che il film può fornire, vista la contingenza degli avvenimenti, e le immancabili polemiche su un’opera che riteniamo vada considerata come un primo utile tassello per ricomporre il complicato mosaico del terrorismo italiano degli anni ’70 e ‘80. Per ora posson bastare le parole dello stesso Segio: “Ci siamo allora induriti, senza riuscire a mantenere la capacità di tenerezza. In un’anestesia morale progressiva, che ha avuto ragione delle nostre ragioni. La logica delle armi ci ha preso non solo la mano ma anche il cuore e la testa”. New Moon – The Twilight Saga Regia: Chris Weitz Cast: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Dakota Fanning, Ashley Greene Distribuzione. Eagle Pictures Chapeau! Non possiamo che accettare sportivamente il sorprendente successo di una pellicola che riteniamo piuttosto noiosa. In altri frangenti avremmo evitato di fornire spazio a un film che gli insegnanti rifiuterebbero di proporre per una visione scolastica. Eppure, il ruolo di docenti ed educatori ci impone perlomeno d’indagare presso i discenti sul perché un filmetto romantico di vampiri - e licantropi - in barba alla crisi economica realizza 10 milioni di euro in cinque giorni solo in Italia. Per non parlare del merchandising connesso: libri, dvd, giochi, musica, bibite, cosmetici, gadget, abbigliamento, siti web, facebook e perfino… turismo! Basti pensare solo che Montepulciano è diventata una sorta di succursale transilvanica, sebbene sia Volterra che viene, invece, citata come location di una lunga scena del film. Insomma, il fenomeno New Moon desta una certa impressione, specialmente per l’entusiasmo che ha scatenato tra i ragazzini e gli adolescenti, e non solo. Magari non ci saranno le scene di follia collettiva del tempo dei Beatles, ma sul web la numerosissima comunità dei seguaci di Dracula è in costante fibrillazione. Il film? Lo svenevole Edward (Robert Pattinson) e l’emaciata Bella (Kristen Stewart), di nuovo alle prese con la “particolare” natura di lui, si lasciano definitivamente. Pare. Stavolta c’è di mezzo pure Jacob, un giovane uomo-lupo, ma i due si ritroveranno nel finale. La travagliata storia d’amore promette, quindi, di continuare, forse, anche fuori dal set. Rumoreggia il gossip. Ed è meglio di una trasfusione per l’anemico botteghino di questi tempi…
Il viaggio di Jeanne (Les grandes persones) Regia: Anna Novion Cast: Jean-Pierre Darroussin, Anais Demoustier, Judith Henry, Lia Boysen, Jakob Eklund Distribuzione: Bolero Film Un’opera prima al femminile, semplice e delicata, in cui succede ben poco di eclatante, ma quel poco è così ricco di umanità e di sentimenti da farci uscire dalla sala buia soddisfatti e rinfrancati. Il viaggio di Jeanne è una storia di formazione che, evidentemente, dato il titolo originale, non riguarda solo Jeanne (la giovane e talentuosa Anais Demoustier), un’adolescente alle prese con le prime pulsioni verso l’altro sesso. Albert, il padre (il bravissimo Jean-Pierre Darroussin) è un uomo di mezz’età, separato, metodico, e un po’ bambinone, che trascorre le vacanze estive con la figlia, sulla quale riversa tutte le sue attenzioni. Ogni anno i due si spostano in luoghi differenti del vecchio continente: questa è la volta di una piccola isola svedese, Styrsö, che oltre alla tranquillità, conserverebbe preziosi reperti vichinghi. Laggiù hanno affittato una casa per due settimane, ma per un disguido della proprietaria, Annika, dovranno dividere l’alloggio con lei e la sua amica francese Christine per l’intero periodo.
La storia si dipana all’insegna della leggerezza e dei toni pastello, con qualche punta di divertente comicità. L’uomo vaga per il villaggio con un ridicolo metal detector alla ricerca di un antico e mitico tesoro, e durante una perlustrazione in canoa su un isolotto vicino, perde l’imbarcazione e rimane per l’intera notte all’addiaccio, lasciando in ambasce la figlia e le ospiti della casa. Jeanne gira in lungo e in largo con una bicicletta, entrando in una comitiva di giovani locali tra i quali inizia a frequentare un biondino di cui s’invaghisce. Annika ritrova un vecchio amore di gioventù, e scopre che se ne era distaccata troppo rapidamente. Christine, tra una telefonata e l’altra, cerca di rilassarsi, senza riuscirvi appieno, illusa che il pittore con cui ha in piedi una storia sia più importante di quello che realmente crede e spera. Con il procedere dei giorni la convivenza forzata costituirà un’opportunità per tutti e quattro i personaggi, i quali, si saluteranno fiduciosi, come coloro che credono di stare per afferrare i propri sogni, mai prima di allora, così vicini… Welcome Regia: Philippe Lioret Cast: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Olivier Rabourdin Distribuzione: Teodora Film Andrebbe presentato in tutte le scuole Welcome, raro gioiello di cinema che possiede il dono del tempismo e della semplicità. Il tema dell’emigrazione clandestina è trattato con una tale lucidità da consigliarlo caldamente anche ai nostri legislatori. Vincitore morale del Festival di Berlino, in Francia ha già ottenuto il successo che merita (incasso da più di 10 milioni di euro), ma ha scatenato pure molte polemiche. Durante la visione ne comprendiamo i motivi. Innanzitutto scopriamo con stupore che le leggi francesi superano di gran lunga le nostre in quanto a severità, ma soprattutto vengono applicate con estremo rigore. In pratica non vengono penalizzati solo gli immigrati, ma possono incorrere in gravi sanzioni anche coloro che ospitano, aiutano o sostengono, a vario titolo, “i disperati” che entrano in Francia illegalmente. Perfino le organizzazioni di volontariato rischiano serie conseguenze penali.
Welcome narra l’incontro di due solitudini, che si trasforma, a poco a poco, in un intenso rapporto di amicizia. Bilal (Firat Ayverdi), un diciassettenne curdo fuggito dall’Iraq, e avventurosamente giunto a Calais, chiede a Simon (Vincent Lindon), un istruttore di nuoto francese, di insegnargli lo stile libero. Perché è stato “beccato” su un tir mentre tentava l’espatrio in Inghilterra. Perché intende ritrovare la bella Mina, la fidanzata che vive a Londra con la famiglia. E perché vuole raggiungere a nuoto le coste britanniche, attraversando la Manica. Un’impresa mai riuscita a un immigrato. Simon, immalinconito dalla recente separazione, e dalla tendenza a subire gli eventi, è colpito dalla forza d’animo di quel giovane, e cerca, quantomeno, di prepararlo al folle tentativo… Se il sottotesto evoca un’intensa storia di redenzione, la trama principale ci riporta ai migliori esempi di cine-verità con le scene iniziali sui camion ricche di suspense, con l’eroismo inconsapevole e silenzioso di un uomo qualunque, e con quello disperato e struggente di un giovane innamorato (entrambe da applauso le performance) e fornisce la cifra di un’opera di grande forza politica e sociale costruita sulla sobrietà e sui numerosi virtuosismi visivi. Intanto, come denunciano le associazioni contro il razzismo, si sta materializzando il progetto di costruzione di un centro di detenzione in territorio francese, ma sotto la giurisdizione britannica, possibile in base allo statuto di “zona di controllo” del porto di Calais: una nuova Guantanamo in Europa? Dorian Gray
Regia: Oliver Parker Cast: Ben Barnes, Colin Firth, Ben Chaplin, Rebecca Hall, Fiona Shaw Distribuzione: Eagle Pictures Indicato ai maggiori di 14 anni per alcune scene di sesso, e altre sequenze raccapriccianti, che garantiscono alla pellicola un richiamo per il pubblico giovanile, Dorian Gray soccorre gli studenti che si apprestano all’esame di stato, e che solitamente si sobbarcano la lettura di questo classico di Oscar Wilde, già saccheggiato una decina di volte dal cinema. A patto che distinguano alcune libertà di sceneggiatura, presenti specialmente nella seconda parte del film.
Alla fine del XIX secolo il giovane Dorian Gray (Ben Barnes, ovvero Il Principe Caspian dei Racconti di Narnia) giunge a Londra, dove il cinico sir Henry Wotton (Colin Firth) lo avvia alla trasgressione delle regole della società: chi è bello, ricco e aristocratico ha diritto a tutto ciò che desidera. Così ha inizio l’escalation all’onnipotenza dell’affascinante eroe, a cui non è estranea la sua faustiana adesione al demonio pronunciata davanti al ritratto confezionatogli dal pittore Basil Hallward (Ben Chaplin), che finirà assassinato brutalmente proprio da Dorian. Quest’ultimo, ormai, dedica il suo tempo completamente al piacere, ai salotti, alla seduzione e alle pratiche sessuali, in tutte le varianti possibili a una fantasia luciferina. La bellezza e la giovinezza non dureranno in eterno: il quadro che lo ritrae sta lì a ricordarglielo. Inoltre, il rimorso per i propri tragici errori lo angoscia al punto da obbligarlo ad allontanarsi da Londra per un buon ventennio. Tornerà più giovane e bello di prima, nello stupore e nell’inquietudine di tutti. Ma sarà il suo ritratto a portare in vece sua il fardello degli anni e i segni della depravazione… Nel finale compare la giovane figlia di sir Henry, Emily Wotton (Rebecca Hall), personaggio del tutto assente nel romanzo, così come manca - nel libro - l’accentuazione dell’elemento horror dell’epilogo, che finisce per spettacolarizzare oltremodo una messinscena che mantiene l’atmosfera elegante e raffinata dell’epoca vittoriana, e gli echi del decadentismo e del superomismo, che tuttavia i discenti faranno bene ad approfondire in sede scolastica. Il mio amico Eric (Looking for Eric) Regia: Ken Loach Cast: Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs Distribuzione: BIM Commedia e dramma s’intersecano in questo commovente omaggio al football e alla solidarietà in quel di Manchester, capitale industriale e calcistica del Regno Unito. Eric Bishop (Steve Evets) un postino che ha lasciato l’amata Lily appena dopo che lei ha messo al mondo la prima figlia, vive con i due figliastri lasciatigli dalla seconda moglie in un appartamento abbandonato al caos. La casa è un porto di mare dove i ragazzi ospitano chicchessia fumando, bevendo e tirando al mattino davanti a Youtube, videogame, trasmissioni sportive o pornografiche. Inoltre, il rapporto tra Eric e i due giovani è minato dal fatto che costoro fanno parte di una gang di delinquenti capitanata dal “Profeta”, un piccolo boss di quartiere, arrogante e violento.
La predilezione per il Manchester United e l’apporto generoso dei compagni di lavoro non evitano al povero Eric la disperazione. Nel chiuso della sua stanza maledice la propria paura di incontrare Lily per chiarirsi, sprofondando ancor più nella depressione. Ma, come per incanto, si materializza la figura del suo idolo sportivo: Eric Cantona (che recita se stesso), il carismatico numero 7 del team di Ferguson degli anni scorsi, rimasto nel cuore di tutti i tifosi dell’Old Trafford, lo stadio dello United, e specialmente di Bishop. Il campione aiuterà il suo sostenitore a sconfiggere le proprie insicurezze fornendogli la chiave per la risoluzione di tutti i suoi problemi… Sullo sfondo congeniale dell’emarginazione e della crisi economica e sociale delle periferie urbane, Ken Loach elabora una storia corale di passioni: nei riguardi della donna amata, verso la squadra del cuore, riguardo “l’angelo custode” Cantona, e nei confronti dei colleghi, degli amici del pub e dei tifosi dei Red Devils. Insomma, ne Il mio amico Eric l’elemento realistico e quello surreale coesistono in perfetto equilibrio senza che questo pregiudichi la qualità offerta dallo spettacolo, divertente e intelligente, che consigliamo caldamente agli insegnanti ai fini del dialogo educativo. estratto da PRIMISSIMA SCUOLA n. 7–8 dicembre 2009
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